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martedì 31 agosto 2010

Buyout, pronta Italy1, prima Spac di Borsa Italiana - stampa

MILANO, 31 agosto (Reuters) - Prende vita in Italia la prima Spac (special purpose acquisition company), ovvero un veicolo quotato che raccoglie capitali per effettuare un'operazione di private equity.

Secondo quanto riferisce la newletter della pubblicazione Private Equity Online, Blm Partners, società di investimenti alternativi, ha unito le forze con Vito Gamberale, attualmente a capo di F2i, e Carlo Mammola, numero uno di Argan Capital, per creare 'Italy1', veicolo con un target di raccolta di 200 milioni di euro.

Blm Partners (che prende il nome da Roland Berger, Thomas Middelhoff e Florian Lahnstein) nel 2008 ha raccolto 250 milioni per 'Germany1', attraverso la quale ha acquisito Aeg Power Solutions.

L'attività di marketing della Spac italiana comincerà a settembre.

Una Spac è una società di buyout quotata, che raccoglie capitali per un'acquisizione. Le Spac hanno un periodo di vita limitato, 18-24 mesi dall'Ipo, entro il quale sono tenute a firmare una lettera d'intenti finalizzata ad un investimento. In caso contrario, la Spac viene sciolta e agli azionisti viene rimborsato il capitale versato.

sabato 14 agosto 2010

Il ritorno degli «high yield» Nuovo record di emissioni

Ormai siamo arrivati al paradosso. Nella settimana di maggiori tensioni sui mercati finanziari, in cui le Borse europee hanno perso più del 4% e gli acquisti "rifugio" hanno ridotto i rendimenti dei Bund al minimo storico, le emissioni di obbligazioni aziendali ad alto rischio hanno registrato il record settimanale. In sette giorni – calcola Thomson Reuters – le aziende con rating inferiore a "BBB-" hanno collocato agli investitori 14,3 miliardi di dollari di cosiddetti bond «high yield» (alto rischio e alto rendimento): non era mai successo. Il record precedente risale a marzo, quando i volumi settimanali si fermarono a 14 miliardi. Insomma: gli investitori vendono le azioni perché le ritengono rischiose, comprano Bund perché cercano un rifugio, ma – nello stesso tempo – acquistano a piene mani quanto di più rischioso ci sia sul mercato.
Sembra incredibile, ma in fondo questo boom di obbligazioni ad alto rischio è legato proprio alla crisi. Tutto inizia dal fatto che gli investitori, che temono un ritorno alla recessione negli Usa e un rallentamento globale, questa settimana hanno preferito proteggere i loro capitali. Hanno dunque venduto le azioni e si sono rifugiati sui Bund tedeschi e sui T-Bond americani: gli unici titoli di stato che – nonostante il gigantesco debito Usa – danno sicurezza. Questo ha avuto un effetto sui prezzi e sui rendimenti dei titoli: per via dei forti acquisti, i tassi d'interesse dei Bund sono per esempio scesi ieri al minimo storico del 2,399%. Briciole.
Ed è proprio il fatto che i titoli di stato ormai offrono rendimenti anoressici il motivo per cui tanti fondi hanno deciso di comprare obbligazioni aziendali ad alto rischio: per trovare tassi d'interesse più interessanti. Insomma: mentre tanti investitori accettano briciole in cambio di sicurezza, altri accettano grandi rischi in cambio di rendimento. Da qui è nato il boom contemporaneo dei "sicurissimi" Bund e delle rischiose obbligazioni «high yield». E non si tratta di un boom improvvisato: sempre secondo i dati di Thomson, l'intero 2010 potrebbe battere il record annuale del 2006. Quell'anno furono emessi – in 12 mesi – «high yield» per 185,4 miliardi di dollari, mentre quest'anno siamo già arrivati a 170 miliardi. E siamo appena a metà agosto. Non solo: rispetto all'anno scorso le emissioni sono aumentate del 74% in America e del 226% in Europa.
Questo fenomeno si può leggere da due punti di vista. Alcuni analisti vedono il bicchiere mezzo pieno: la fame degli investitori permette a tante aziende con bassi rating di far fronte alle scadenze emettendo obbligazioni. Il credito bancario cala, ma il sistema imprenditoriale ha un altro canale per finanziarsi. Insomma: questo boom di emissioni significa che le aziende con bassa affidabilità hanno accesso al credito. Bene.
Ma il bicchiere può essere visto anche mezzo vuoto. Per cercare rendimenti appetibili (ma comunque in continua discesa) gli investitori stanno sottovalutando i rischi. Inoltre il boom presenta un problema di scadenze: tutte queste obbligazioni un giorno dovranno essere rimborsate (o rifinanziate emettendo altri bond) dalle società. Secondo i dati calcolati da Dealogic (e pubblicati sul Sole 24 Ore del 5 agosto), da qui al 2015 le aziende di tutto il mondo dovranno rimborsare un pacco da 2.800 miliardi di euro, con botte da oltre 500 miliardi l'anno. Una domanda nasce spontanea: cosa succederà se, in futuro, gli investitori saranno per mille motivi meno "famelici"? Chi darà alle imprese i 2.800 miliardi?