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mercoledì 30 giugno 2010

ASSET ALLOCATION ITALIA - Sondaggio Reuters Lipper giugno 2010

* Gestori mantengono le posizioni, cautela su rischio

* Stretta fiscale è questione aperta che frena l'Europa

* Attenzione su ultimi segnali macro da Stati Uniti

MILANO, 30 giugno (Reuters) - Giugno trascorre sotto il segno della continuità per i portafogli dei più importanti gestori italiani, che restano in attesa di segnali più chiari sulla ripresa, di una soluzione della crisi sovrana in Europa e di indicazioni su tempi e modi del ritorno a regimi di politica monetaria meno espansiva.

Sull'equity l'allocazione aggregata conferma in sostanza i valori di maggio, 48,25% medio di peso nei portafogli dei gestori dal 48,00% di maggio. In linea anche la componente bond che vale il 43,63 dal 43,75%. Conferma ancora più puntuale dai dati di mediana, con azioni e obbligazioni ancora al 47% e 46% di maggio rispettivamente (i dati nella tabella inviata separatamente).

E' questa la tendenza fondamentale evidenziata dal consueto sondaggio che Reuters Lipper conduce fra otto primari gestori attivi in Italia.

"Non abbiamo apportato grosse modifiche, confermiamo il nostro taglio molto cauto", dice un gestore di Pioneer Investments. "Vediamo scenari contrastanti: una ripresa che c'è, assieme a fattori regionali come la crisi del debito in Europa che non dovrebbero compromettere l'economia globale, visto che l'Europa è tutt'altro che un motore di crescita, ma possono costituire un elemento di disturbo".

Continuità che si riflette anche nelle scelte di Zenit sgr, spiega il gestore Marco Bonifacio: "Non ci sono stati grossi cambiamenti, restiamo tra sottopeso e neutralità sull'azionario e più o meno sovrappeso sulla parte obbligazionaria".

EQUITY: MEGLIO CAUTELA, EUROPA NON ENTUSIASMA

Sul Vecchio Continente pesa il consolidamento fiscale a cui molti paesi sono tenuti per raddrizzare i conti. "Siamo per il contenimento del rischio, la componente azionaria potrebbe essere ridotta soprattutto nella parte europea", commenta Pioneer Investments.

Con una differenza, aggiunge l'analista, rispetto all'inizio dell'anno. "Allora riduzioni sull'equity europeo erano bilanciate da incrementi in altre regioni, ora in contropartita aumenta l'obbligazionario. Le strette fiscali possono rendere strutturalmente debole l'economia europea, colpendo i consumi".

Del resto non tutti i paesi sono ugualmente pronti a sfruttare l'euro con le esportazioni, anzi: "quelli costretti a tirare la cinghia sono anche i meno propensi all'export", dice Pioneer, per cui "l'Europa appare sempre più precaria".

Zenit riferisce di un azionario in sottopeso sulla parte europea e a peso sul Nordamerica. Con l'intervento a favore dei paesi in difficoltà "ci siamo comprati un paio d'anni di tranquillità", dice Bonifacio. "Ma sebbene si vada nella direzione corretta, gli squilibri macroeconomici che hanno portato alla crisi non sono risolti né facilmente risolvibili".

USA, SPUNTANO DUBBI SU RIPRESA Gli ultimi dati macroeconomici, sottolineati dalla cautela della Federal Reserve, spingono i gestori italiani a scrutare attentamente i segnali dagli Stati Uniti. "Ci sono dubbi, anche perché la ripresa è partita da un intervento pubblico massiccio e questo snodo era cruciale per capire se ora fosse in grado di proseguire sulle proprie gambe", commenta Bonifacio. "E i primi dati non sembrano incoraggianti".

Più ottimista il quadro secondo Pioneer, che premette come dubbi ne abbia avuti anche la Fed, aggiungendo però che "quando scadono provvedimenti di incentivo, c'è sempre un momento di vuoto. È presto per giudicare, aspettiamo i prossimi dati".

Pioneer resta positiva anche sull'andamento del mercato del lavoro americano, che pure sembra segnare il passo. "Negli Usa l'occupazione temporanea è in ripresa già da 8-9 mesi", nota l'analista. "Forse il distacco sulla ripresa dell'occupazione stabile sarà più lungo del solito perché le aziende sono più caute, ma i segnali diso direzionale restano buoni".

BOND, RISCHIO SUL BREVE, CORE SUL LUNGO

Chiara la posizione dei gestori sul debito pubblico. "Abbiamo diversificato lungo la curva del rendimento, scegliendo il debito core sulla parte lunga e quello periferico sul breve, il cui rendimento vale un'addizionale di rischio", osserva Bonifacio. Pioneer punta sul "debito governativo soprattutto core, che ormai significa solo Germania".

E dopo il caos nella zona euro, il gestore scruta l'orizzonte. "Una possibile grossa sorpresa sarebbe scoprire un rischio simile fuori dall'Europa, un paese grosso con una posizione fiscale precaria", riflette l'analista di Pioneer, che pensa "al Giappone, dove il nuovo capo del governo sta pensando a una stretta fiscale e quindi è consapevole del problema".

Uno scenario di crisi vera e propria è "improbabile", precisa l'analista, "per il tasso di risparmio elevato se non altro per motivi anagrafici. Non rischiano una situazione sudeuropea, però può essere un fattore di possiibile preoccupazione".

martedì 29 giugno 2010

IRS 10 ANNI


EURIBOR







MEDIOLANUM E IL CONTO FREEDOM

Riccardo Sabatini su PLUS24 di sabato attacca pesantemente il conto Freedom di BANCA MEDIOLANUM. L'accusa è violenta e merita di essere ricordata: Sabatini mette in discussione la pubblicità del conto FREEDOM di Mediolanum.
Mediolanum afferma che il tasso netto sul conto è del 2% (con un lordo del 2,73%).
Ma ATTENTI: un asterisco ci avvisa che la performance lorda (2,73%) fa riferimento a un conto corrente ordinario e non a Freedom (che invece è un conto combinato con una polizza assicurativa, la cui tassazione e il 12,5% e non il 27%). Altrimenti il confronto doveva essere fatto con un rendimento lordo del 2,28%, molto meno eclatante del 2,73%.
MEDIOLANUM SOTTOLINEA CHE IL SUO PRODOTTO FREEDOM PUO' ESSERE IN TUTTO E PER TUTTO PARAGONATO A UN CONTO CORRENTE A RENDIMENTO GARANTITO
Ma vi sono forti dubbi (secondo Sabatini) in merito:
1) Freedom produce rendimento solo su giacenze superiori ai 15.000 euro che VENGONO AUTOMATICAMENTE TRASFERITE SU POLIZZE VITA.
2) Un conto corrente è protetto dal FONDO DI GARANZIA: non è così per le polizze.
3) In prodotti assicurativi analoghi il tasso garantito rimane valido per la durata del contratto e non cambia ogni tre mesi (come è invece quello di Mediolanum).
E LA POLIZZA TOTALMENTE GRATUITA PROMESSA NEL DEPLIANT ??? Sabatini fa i conti e sostiene che i caricamenti possono variare dallo 0% allo 0,50%!!!
Il mitico Sabatini ricorda che l'Antitrust nel 2009 ha multato Mediolanum con una multa di 200.000 euro per pratica commerciale scorretta associata a Freedom. Bazzeccole rispetto ai 5,8 miliardi raccolti lo scorso anno con il suo prodotto !!!
MENTRE I TASSI STANNO SALENDO (VEDI EURIBOR) E MENTRE IL DEBITO SPAVENTA GLI STATI E FA ALZARE I RENDIMENTI DELLE OBBLIGAZIONI GOVERNATIVE BANCA MEDIOLANUM, NEGLI ULTIMI 12 MESI, INVECE DI ALZARE I RENDIMENTI LI ABBASSA, PASSANDO DAL 3% AL 2,50% NETTO ... FINO ALL'ULTIMO MISERO 2%!!!
E senza garanzia di rendimento per il futuro! E sugli importi superiori ai 15.000 euro. Meglio un CCTEU allora....
Tratto da Mercato Libero

FTSE MIB



lunedì 28 giugno 2010

DISOCCUPAZIONE IN ITALIA

Dati ISTAT del 24 giugno 2010:

Nel primo trimestre 2010 il numero di occupati risulta pari a 22.758.000 unità segnalando un calo rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente pari allo 0,9% (-208.000 unità). La perdita dell’occupazione è la sintesi di una significativa riduzione della componente italiana (-391.000 unità) e di una sostenuta crescita di quella straniera (+183.000 unità). Prosegue la forte riduzione del numero degli occupati nell’industria in senso stretto, soprattutto nel Nord. Al protrarsi del forte calo dei dipendenti a tempo indeterminato si contrappone la sostanziale battuta d’arresto della caduta del lavoro temporaneo (dipendenti a termine e collaboratori) e il consolidamento dell’occupazione a orario ridotto. In termini destagionalizzati l’occupazione totale registra una variazione positiva dello 0,1 per cento rispetto al trimestre precedente. Il tasso di occupazione è pari al 56,6 per cento, con una flessione di otto decimi di punto percentuale rispetto al primo trimestre 2009, mentre il numero delle persone in cerca di occupazione raggiunge 2.273.000 unità (+291.000), con un aumento del 14,7% rispetto al primo trimestre 2009. L’incremento della disoccupazione si concentra ancora una volta nel Centronord e tra gli individui che hanno perso la precedente occupazione. Alla crescita della disoccupazione si accompagna un moderato incremento degli inattivi (85.000 mila unità), sintesi di una lieve riduzione delle non forze di lavoro italiane e di una ulteriore crescita di quelle straniere. Il tasso di disoccupazione è pari, nella media del primo trimestre, al 9,1 per cento (7,9 per cento nel primo trimestre 2009). Il tasso di disoccupazione destagionalizzato aumenta di due decimi di punto rispetto al trimestre precedente.

domenica 27 giugno 2010

Debutta il CcTeu, raccolti 5 miliardi

La prima emissione di CcTeu il cui regolamento è stato fissato per il I luglio 2010, si è conclusa giovedì per un importo complessivo pari a 5 miliardi e un prezzo di emissione pari a 99,833, corrispondente a un rendimento pari a 82 punti base sull'euribor a 6 mesi. Lo ha reso noto il Tesoro, comunicando i risultati e i dettagli dell'emissione del nuovo CcTeu, con scadenza 15 dicembre 2015, godimento 15 giugno 2010 e cedola semestrale indicizzata all'euribor 6 mesi con uno spread aggiuntivo di 80 punti base. I 5 miliardi complessivi si compongono di una tranche di 4 miliardi emessa contro contante e di una seconda tranche di 1 miliardo come concambio con vecchi CcT in circolazione.
L'operazione è stata seguita attraverso un sindacato di collocamento composto da 5 lead manager, Banca Imi, Bnp Paribas, JP Morgan Securities, Monte dei Paschi di Siena Capital Services e UniCredit. Con riferimento alla tranche emessa contro contante, hanno partecipato all'operazione oltre 170 investitori per una domanda complessiva di quasi 5,6 miliardi di euro.
Il 49,7% dell'emissione è stato assegnato alle banche, mentre gli asset manager e i fondi d'investimento si sono aggiudicati circa il 30,5%. Un altro 13,3% circa è stato collocato presso fondi pensione e assicurazioni e il 5,1% a società non finanziarie. Agli investitori domestici si sono aggiunti quelli esteri: la quote più rilevanti sono state assegnate al Regno Unito e Irlanda (7,6%), Germania e Austria (6,8%) e Francia(4,3%). Non sono mancati investitori provenienti da altre aree dell'Europa (Benelux per l'1,4% e la Svizzera per l'1,5%) e entità sovranazionall (per un quota pari all'2,5%).
Con riferimento alla tranche emessa in scambio, la domanda è stata oltre 1,7 miliardi con la partecipazione di quasi 3o investitori. I quantitativi riacquistati sono stati CcT 01.11.2012 per 279,9 milioni al prezzo di 99,15; CcT 01.07.2013 per 269,9 milioni al prezzo di 98,89; CcT 01.03.2014 per 449,9 milioni al prezzo di 98,39.

Bond da 1 miliardo di Euro per ENI

Nuova emissione obbligazionaria per Eni. La compagnia petrolifera il 22 giugno ha lanciato con successo un'emissione obbligazionaria a tasso fisso del valore nominale di 1 miliardo di euro collocata sul mercato degli Eurobond. Il prestito obbligazionario ha una durata di 10 anni, paga una cedola annua del 4% e ha un prezzo di re-offer di 99,830%. Le obbligazioni saranno quotate presso la Borsa di Lussemburgo. L'operazione ha riscosso successo in Italia e all'estero, in un mercato ancora caratterizzato da elevata volatilità. A sottoscrivere il bond un elevato numero di investitori istituzionali, in particolare Fund Managers e Assicurazioni, è stato determinato dal merito di credito della Società e dall'eccellente reputazione di Eni. Le obbligazioni sono state acquistate da investitori istituzionali principalmente in Italia, Francia, Germania, Regno Unito e e Olanda. Il ruolo di Joint Bookrunners dell'operazione è stato svolto da Banca IMI, Barclays Capital, BNP Paribas, ING e UniCredit Group.

giovedì 24 giugno 2010

martedì 22 giugno 2010

FTSE MIB


In alto potete vedere i grafici del FTSE-MIB settimanale (dall'inizio della crisi finanziaria) e giornaliero (dall'inizio di questa nuova gamba ribassista).
Siamo in corrispondenza di un livello chiave: 20.800 punti.
Superato questo livello l'indice potrà portarsi in prossimità dei 22.000 dove si trova la trend line ribassista di lungo periodo. Solo il superamento di quest'ultimo ostacolo potremo parlare di scenario rialzista di lungo periodo.
La mancata violazione di tali resistenze farà sprofondare l'indice nuovamente verso i 18.000 punti.
Strategia: attendere sempre la chiusura sopra i vari supporti/resistenze e prendere quindi posizione di conseguenza.
Questa mattina l'indice sembra aver trovato un muro nei 20.800 punti.
Attendiamo domani.

sabato 19 giugno 2010

AUMENTO DI CAPITALE UNIPOL

Da http://www.petsalvatore.blogspot.com/:

UNIPOL ha deliberato un aumento del capitale sociale a pagamento offerto in opzione agli azionisti portatori di azioni ordinarie e di privilegio. Ecco le caratteristiche:
- ammontare aumento: 634.236.765 azioni ordinarie e 390.660.132 azioni privilegio;
- prezzo azioni aumento di capitale: 0,445€ per le azioni ordinari e 0,30€ per le privilegio;
- prezzo warrant: 0,72€ per le ordinarie e 0,48€ per le risparmio;
- periodo esercizio diritti: dal 21/06/10 al 2/7/10;
- azioni offerte in opzioni: 3 azioni ogni 7 possedute + 2 azioni ogni 13 warrant posseduti;
- le azioni Unipol lunedì in base al prezzo di venerdì (0,71€ ordinarie e 0.47€ risparmio), quoteranno, secondo le formule 0,63€ le ordinarie e 0,42€ le risparmio, mentre i diritti varranno rispettivamente 0,08€ e 0,05€;
- l'aumento di capitale servirà per l'acquisto di Arca, a sostenere la banca e rafforzare il solvency ratio dell'assicurazione.
Non possediamo azioni Unipol, ma se le avessimo possedute, avremmo venduto i diritti il primo giorno, meglio verso fine giornata qualora dovesse salire il loro valore, perché il pet index per le assicurazioni come per le banche più grosse non è calcolabile, la società dopo l'aumento sarebbe a premio rispetto alle altre assicurazioni. Probabilmente in base alle quotazioni del primo o secondo giorno venderemmo anche le azioni stesse.

giovedì 17 giugno 2010

ADDIO CCT, ARRIVANO I CCTeu

Il MEF annuncia l’emissione di un nuova classe di titoli a tasso variabile con cedole semestrali indicizzate all’Euribor 6 mesi che andranno gradualmente a sostituire i CCT in circolazione.
Il nuovo titolo sarà emesso, di norma, con una scadenza di 7 anni, ma il MEF si riserva di proporre altre durate in base alle preferenze espresse dal mercato. In una prima fase il CCTeu verrà offerto tramite sindacati di collocamento, con l’obiettivo di pervenire ad un regime di emissioni regolari nelle aste di fine mese.
Fin dalle prime operazioni di emissione, incluse quelle sindacate, il MEF, per quote limitate rispetto ai volumi delle singole operazioni, darà agli investitori che detengono i vecchi CCT in portafoglio la possibilità di concambiarli con i CCTeu. In seguito, tali investitori avranno ulteriori occasioni per scambiare vecchi contro nuovi titoli mediante regolari operazioni di concambio (riservate agli Specialisti in titoli di Stato) condotte con una frequenza coerente con le esigenze espresse dal mercato.
A salvaguardia dei possessori dei vecchi CCT il MEF si impegna inoltre a garantirne la liquidità e l’efficienza del mercato secondario attraverso tutti gli strumenti disponibili della gestione del debito.
Ad ogni CCT in circolazione verrà inoltre garantito il mantenimento di un flottante minimo in modo da agevolare l’attività di quotazione e scambio da parte dei market maker sul mercato secondario.
Dal MEF.

FTSE MIB


OBBLIGAZIONE BARCLAYS IN COLLOCAMENTO

In questi giorni alcune banche italiane stanno collocando un’obbligazione della Barclays a 7 anni con cedole trimestrali, il bond offre per i primi 2 anni un rendimento annuale fisso del 2%, mentre per i successivi 5 anni diventa un tasso variabile indicizzato all’Euribor a 3 mesi + un premio dello 0,45%.
Leggendo il prospetto informativo si nota che le commissioni di collocamento ammontano alla bellezza del 3,50%, il bond in oggetto è valutato a 96,50; quindi chi ne compra 10.000 € paga 350 € per commissioni di collocamento, ma non se ne accorge perché apparentemente non si spende nulla, ovviamente chi li colloca si guarda bene di avvisare il risparmiatore.
Guardando i rendimenti offerti da questo bond, si vede come sono bassi, ipotizzando tassi costanti il rendimento effettivo è dell’1,42%; pensate che lo stesso emittente a Piazza Affari ha quotato un’obbligazione che scadrà nel 2014 ed è legato all’Euribor 6 mesi +1,20%!
Immaginando di acquistare quest’ultima il 30/6 (giorno di emissione della nostra obbligazione) a 99,60 e supponendo tassi costanti, il rendimento effettivo sarà del 2,58%!
In conclusione vi dico che dai collocamenti bancari bisogna stare alla larga.

Pubblicato da Mercato Libero

mercoledì 16 giugno 2010

Titoli di stato e corporate bond. Come difendere il proprio patrimonio e "scovare" del rendimento

Da IlSole24Ore.com:

Un caleidoscopio che, a seconda del maggiore o minore pessimismo, propone colori ora tendenti al verde o al blu; ora al grigio, se non al nero. Anche così può descriversi la realtà dei debiti sovrani in Europa, e non solo. Tra l'ennesimo taglio del rating della Grecia, i report sull'esposizione delle banche (oltre 600 miliardi) nei confronti dei "Piigs"e la proposta di aiuto verso la Spagna-non gradita da Madrid -della cancelliera tedesca Angela Merkel, l'attenzione dei mercati oscilla tra crescita economica, equilibrio dei conti pubblici e loro sostenibilià. Una realtà difficile, cui i risparmiatori guardano con preoccupazione. Il sole 24ore.com, senza alcuna pretesa di completezza, ha ascoltato alcuni esperti per capire quali le possibili evoluzioni della situazione. «C'è un eccesso di paura - dice secco Angelo Drusiani, esperto obbligazionario di Banca Albertini Syz -. Fors'anche volutamente indotta: l'investitore retail preoccupato si è liberato dei bond, offrendo così la possibilità a chi aveva venduto allo scoperto di ri-comprare i titoli». Al di là di ciò, molti investitori stanno alla finestra; tengono i soldi sotto il materasso, sul conto corrente: un nonsense? «È una strategia che erode il valore reale del capitale. Tuttavia, guardare ai titoli di stato con brevissima scadenza quale alternativa alla liquidità, puntando sul ritorno sull'investimento, è un gioco che non vale la candela . Un BoT trimestrale, per esempio, al netto delle commisioni e delle tasse offre un misero 0,4%».
Ma allora, non esistono strategie? «Chi cerca solo protezione del capitale, in linea di massima, può investire anche il 100% del portafoglio su titoli di stato tedeschi, il save-haven in Europa», risponde Drusiani. Maila Bozzetto, esperta obbligazionaria della società di consulenza indipendente Imad2, la pensa un po' diversamente: «Per difendersi dall'effetto inflazione - dice - si può ipotizzare un portafoglio investito, per una quota del 20%, in BoT a 6 e 12 mesi». Poi, al fine di scovare più rendimento, «bisogna guardare a emissioni che hanno una maggiore durata . Per esempio: il Bobl tedesco 3,55% (scadenza 2/04/2013), il BTan francese 4,5% (12/07/2013) e il BTp italiano 2% (1/06/2013)». Quale il ritorno di un simile portafoglio? «Si tratta di un mix che - risponde la Bozzetto -, secondo lo yield atteso al 15 giugno 2010 e indicato dal terminale Bloomberg, offre un rendimento netto dell'1,26 per cento». (Guarda qui il primo portafoglio).
Sempre in ottica conservativa, ma con un ritorno più alto, può guardarsi a duration più lunghe dei prestiti: «La scadenza meno lunga -spiega la consulente indipendente- sarà un BoT a 12 mesi (16/05/2011). Per arrivare a duration quinquennalli come, per esempio, il BTan 2,5% (15/01/2015) o il BtP 3% (15/06/2015)». (Guarda qui il secondo portafoglio)
A caccia di un rendimento maggiore. Ma non ci sono solo la difesa del valore reale e la strategia conservativa: può anche puntarsi ad un rendimento più alto. Sempre ricordando, però, che lo yield maggiore fa rima con aumento del rischio. Quindi la prudenza è d'obbligo. Ciò detto, «un risparmiatore con una media propensione al rischio - specifica Drusiani - può prevedere il 15% del portafoglio sull'azionario e il restante 85% nel reddito fisso». Quest'ultima percentuale va diversificata in che modo? «Si può pensare ai titoli di stato italiano: per esempio, il BTp quinquennale con scadenza 15 giugno 2015 che offre un rendimento lordo del 3% circa; cui può aggiungersi lo stesso tipo di titolo del Tesoro, ma indicizzato all'inflazione; per avere un maggiore ritorno, però, va assunto un maggiore rischio». Vale a dire? «Penso ad una quota, non oltre il 15%, tra emissioni di Stato spagnole, portoghesi e irlandesi. Rispetto, poi, a titoli non italiani -conclude Drusiani - una quota del 12% può coprirsi con emittenti caratterizzati dalla tripla A:. Quindi: Germania, Francia, Olanda o Finlandia».
L'occasione dei Certificati di credito del tesoro. Senza dimenticare, infine, i Certificati di credito del tesoro (Cct). Questi sono titoli di stato la cui cedola variabile, che scade ogni semestre, è pari al rendimento dell'ultima asta BoT a sei mesi, precedente il primo giorno di godimento della cedola stessa; uno yield poi aumentato, per tutti i Cct attualmente quotati, dello 0,15 per cento. «Ebbene queste emissioni -ricorda Drusiani- normalmente quotano attorno, o poco sopra, la parità. Di recente, invece, i prezzi sono scesi al di sotto a causa dei timori sul rischio-paese: una paura che, per l'Italia, è a mio modo di vedere esagerata. Un quota del 15% di Cct può essere inserita nel portafoglio a maggiore rischio».
Una strategia con i corporate bond? Ma non è solo titoli di stato. Nel 2009 c'è stata la grande abbuffata dei bond corporate. Da un lato, i prestiti bancari non così convenienti, oltre che un po' scarsi, avevano spinto le società a lanciarsi sul mercato; dall'altro, l'easy money mondiale aveva ingolosito gli investitori - quasi esclusivamente i grandi - a mettere le loro fiches sui bond aziendali. La conseguenza? Un rally di queste obbligazioni che, però, ormai è alle spalle. Tanto che adesso, nell'era della bolla dei debiti sovrani, viene da chiedersi: ci si può ancora sedere alla tavola delle emissioni societarie per gustare il giusto rapporto rischio/rendimento?«La parte importante del movimento sulle quotazioni c'è già stata- precisa da subitoJacopo Ceccatelli, analista obbligazionario della boutique indipendente Jc&Associati-. La differenza dei rendimenti con il benchmark, cioè la curva dei tassi swap, è rientrata su parametri di normalità. L'unica eccezione è il comparto bancario che resta l'unico ancora interessante, se si cerca un sensato rapporto di rischio/rendimento». Seppure, va sottolineato, guardare a questi titoli è un'attività a maggiore rischio e non può essere realizzata da chi ha una strategia da cassettista o una bassa propensione al rischio.
La mancanza di fiducia sulle banche spinge ancora gli spread. Nel periodo precedente alla crisi, 2006-2007, un 'emissione senior di un'istituto finanziario solido e importante aveva uno yield di circa 30 basis points in più rispetto al corrispondente tasso swap. «Attualmente - dice Ceccatelli - viaggiamo su spread compresi tra 120 e 150 basis points». Insomma, viene prezzato maggiormente il premio al rischio. «Si tratta di una situazione dovuta ad un mix di cause; in primis, sussiste l'incertezza e la diffidenza degli operatori rispetto ai gruppi finanziari». Una diffidenza che, vale la pena sottolinearlo, è "fomentata" dalle banche stesse: venerdì 11 giugno 2010 c'è stato l'ennesimo record dei depositi overnight - 384 miliardi di euro - presso la Banca centrale europea. Cioè a fronte di una remunerazione del prestito allo 0,25%, ben al di sotto del già basso refi (1%), gli istituti di credito preferiscono non prestarsi denaro fra di loro e lo danno a mamma Eurotower. E, se non si fidano gli stessi banchieri, verrebbe da chiedersi perché dovrebbe fidarsi il mercato.
L'alea sui bilanci e le nuove regole. Ma non è solo mancanza di fiducia. «Esiste anche - ricorda Ceccatelli - la difficoltà nella corretta valutazione degli asset finanziari che, giocoforza, hanno un'alea maggiore rispetto, per esempio, a quella che riguarda un capannone industriale. Infine, non va dimenticata la stretta normativa che, nonostante i molti ritardi, riguarderà il comparto finanziario». E che, molto probabilmente, avrà un impatto negativo sui margini del business bancario, «schiacciando, però, più le quotazioni delle azioni che quelle delle obbligazioni».
Bond bancari per chi vuole rischiare un po'... In questo scenario di scetticismo, non deve troppo stupire che i prezzi di diversi bond bancari siano a sconto rispetto alla parità. Il che, seppure in termini relativi, offre «un'opportunità con le emissioni senior dei grandi istituti finanziari. Anche perché - specifica Ceccatelli - il mercato ha capito che difficilmente le grandi banche verranno lasciate fallire. Così, a meno di non considerare probabile una nuova apocalisse finanziaria, pur con tutte le problematiche indicate, da un lato non è da escludere il recupero delle quotazioni rispetto ai prezzi attuali; dall'altro, se l'obbligazione è a tasso variabile, potrebbe anche esserci l'apprezzamento della cedola, nel medio periodo, in seguito alla ripresa economica e il conseguente rialzo dei tassi».
...ma attenzione alla liquidità dei titoli. Marco Baraldi, gestore obbligazionario di Banca Akros gestioni patrimoniali, pone però l'accento su un aspetto importante: «L'idea di realizzare trading su queste emissioni è un po' difficoltosa - dice l'esperto -. La differenza tra il prezzo di vendita e di acquisto di simili emissioni è molto ampia. Ciò significa che il mercato è scarsamente liquido e c'è il rischio di rimanere "incastrati" nella propria posizione. L'investitore retail, quindi, dovrebbe fare molta attenzione. Ben diversa, invece, la situazione dell'operatore istituzionale che può spuntare condizioni di mercato migliori». Ma voi, attualmente, siete long sul settore dei corporate bond? «No, In questo momento non acquistiamo». E qui, con l'eccezione indicata sulle banche, la visione è la stessa di Ceccatelli che chiude: «Nel settore dei corporate industriali il recupero è stato molto forte. E, a fronte delle incertezze che comunque persistono sulla ripresa economica, non vedo un'opportuna col giusto rapporto rischio/rendimento»
(L'articolo non costituisce sollecitazione al pubblico risparmio o investimento)

Per i reduci dei Tango-bond è il momento della scelta. Istruzioni per l'uso

Da IlSole24Ore.com:

I titolari di Tango-bond in default dal 2001 hanno la loro seconda occasione (resta meno di una settimana di tempo) per recuperare parte dell'investimento, senza aspettare l'esito dell'eventuale arbitrato presso il Tribunale Icsid (International Centre for the Settlement of the Investment Disputes) il cui collegio arbitrale non ha ancora stabilito se ha o meno competenza giurisdizionale sulla controversia. Alla prima proposta, nel 2005, aderì circa il 30% dei bond holder. Chi intende aderire all'offerta si troverà davanti due opzioni: Par (alla pari) e Discount. Ecco nel dettaglio cosa 'contengono' i due titoli.
Opzione Par. Chi accettarà questa opzione, in cambio dei vecchi titoli pubblici argentini riceverà: 1) obbligazioni Par; 2) il pagamento in contanti degli interessi maturati sui vecchi titoli tra il 2004 e fine 2009; 3) titoli Pil.
Le obbligazioni Par saranno conferite per un valore pari al nominale dei titoli in default che ogni risparmitore si trova ancora in portafoglio, per un valore massimo di 40mila euro o 50mila dollari Usa. La scadenza è il 31 dicembre 2038. Il piano di rimborso del capitale inizierà il 30 settembre 2029 e procederà a scadenze semestrali, per un totale di 20 rate. Gli interessi saranno pagati con cedola semestrale a tassi che dipendono dalla valuta dell'obbligazione: per l'emissione in euro il rendimento sarà del 2,26% annuale nei primi 10 anni, del 3,38% dal 2019 al 2029 e del 4,74% dal 2029 alla scadenza. Se l'opzione Par sarà scelta per un ammontare superiore a 2 miliardi di dollari, si andrà al riparto e le eccedenze saranno regolate con l'opzione discount. Questa eventualità è praticamente scontata, visto che le obbligazioni potenzialmente oggetto dello swap (pre-2005) ammontano a 18,3 miliardi di dollari.
Gli interessi cash per i 5 anni tra il 2004 e il 2009 saranno corrisposti in un'unica soluzione, presumibilmente già nel prossimo agosto, e saranno calcolate per ciascun titolo oggetto dello swap. Gli esempi riportati alle pagine 24 e 25 del prospetto indicano circa 750 euro per ogni 10mila euro di Tango-bond.
Le obbligazioni Pil sono obbligazioni che non danno diritto ad alcun rimborso di capitale a scadenza ma ad un rendimento alla fine di ogni anno, parametrato all'andamento del Pil argentino. Il prospetto stabilisce per ciascun anno di vita dei titoli un valore Pil di base prefissato. Il Pil eccedente, dato dalla differenza positiva con il 'Pil reale attuale' registrato dà diritto al pagamento di interessi ai bondholder che aderiranno all'offerta. In pratica, una scommessa sul buon andamento dell'economia argentina. Pur senza garanzie per il futuro, il ministro Herman Lorenzino ha fatto notare che dal 2005 a oggi il rendimento di questi titoli è stato sempre positivo. Saranno assegnati per un valore pari a quello dei bond argentini conferiti da ciasun risparmiatore per lo scambio.
Opzione Discount. La seconda opzione, che servirà anche a coprire le quote che non potranno essere soddisfatte con le obbligazioni alla pari, sarà composta di tre elementi: 1) obbligazioni a sconto con pagamento di interessi; 2) obbligazioni Global 2017; 3) titoli Pil. Le obbligazioni a sconto, scadenza dicembre 2033, saranno corrisposte ad un rapporto di scambio del 33,7% rispetto al valore iniziale dei Tango-Bond. A ciò vanno aggiunti gli interessi per il periodo 2004-2010 corrisposti non in contanti ma in titoli discount, portando intorno al 45% la percentuale di titoli Discount rispetto al valore iniziale dei bond in portafoglio. A partire da dicembre 2009, questi titoli riscuoteranno cedole semestrali del 7,82% su base annuale. Per i primi 4 anni, fino al 2013 una parte degli interessi (il 2,37%) sarà capitalizzata, il resto è cash. Il rimborso del capitale scatta 10 anni prima della scadenza, dal 2024, in 20 rate semestrali.
Le obbligazioni Global 2017 saranno denominate in dollari Usa e saranno assegnate per un valore pari a 27 centesimi di euro per ogni euro di nuove obbligazioni Discount (al lordo delle commissioni per la banche che gestitscono l'operazione per conto dell'Argentina). Danno diritto ad una cedola pagata ogni semestre, con interessi dell'8,75% su base annua. Alla scadenza il loro valore sarà rimborsato in un'unica soluzione. Per 10mila dollari di Tango bond, un risparmiatore retail si troverebbe in tasca circa 1.250 dollari di obbligazioni Global 2017.
I titoli Pil per l'opzione Discount saranno assegnati per un importo pari a quello complessivo di Tango bond in portafoglio per ciascun risparmiatore. Come nel caso dell'opzione Par, non danno diritto ad alcun rimborso a scadenza, ma solo alla riscossione di un rendimento annuale legato al Pil argentino eccedente rispetto a quello Base indicato nel prospetto della ops per ogni anno, fino al 2035.
Obiettivo del governo argentino è quello di dare agli obbligazionisti retail "titoli con liquidità, con mercato e con capacità di trading" ha detto Lorenzino. Secondo quanto riferiscono fonti vicine all'operazione, c'è l'intenzione di chiedere la quotazione almeno in Lussemburgo.
Il momento delle scelte. Per i titolari di Tango-bond, dunque, è il momento di decidere. L'opzione, piu' che tra obbligazioni Par e obbligazioni Discount, proposte dallo swap di Buenos Aires, è piuttosto tra se aderire o no all'offerta. All'interno di essa la scelta è obbligata: titoli Par con una piccola parte in contanti da subito ("nel giro di qualche mese" ha detto il segretario alle Finanze) per l'importo massimo possibile per ogni investitore. Il resto in titoli Discount e Global 2017, contando sulle rispettive cedole e sulla loro negoziabilità. Il resto in titoli Pil, puntando sulla crescita dell'economia argentina e non solo. Su tutto pesa la variabile tempo, non secondaria. La durata dei titoli si allunga, il recupero integrale (o quasi) dell'investimento nominale si allontana nel tempo. L'alternativa è l'arbitrato su cui punta la TFA, l'associazione che tutela gli investitori in titoli argentini. Ma anche su questo fronte i tempi rischiano di essere molto lunghi. Lasciando nel frattempo l'investitore senza alcun flusso di liquidità, sia pure minimo, e senza la possibilità di vendere sul mercato i titoli in portafoglio.

martedì 15 giugno 2010

FTSE MIB







Bankitalia: ad aprile nuovo record del debito pubblico

Da IlSole24Ore.com:

Lo stock del debito pubblico italiano è salito in aprile a quota 1.812,790 miliardi rispetto ai 1.797,734 miliardi di marzo 2010 e i 1.749,288 miliardi di aprile del 2009: sono i dati di Bankitalia, contenuti nel supplemento al Bollettino statistico. Da essi risulta anche che il debito delle amministrazioni è aumentato rispetto a quello del mese precedente di 15,1 miliardi, raggiungendo con ciò un nuovo massimo storico in termini nominali. Naturalmente, il dato che conta dal punto di vista dell'analisi economica non è quest'ultimo ma il rapporto tra il debito e il Pil, che lo scorso anno si è attestato al 115,8% e che, in base ai dati della Ruef, dovrebbe concludere il 2010 a quota 118,4% con un incremento di 2,6 punti (al netto degli effetti dell'intervento a favore della Grecia che per l'anno in corso potrebbe essere pari allo 0,4% del Pil). È questo rapporto che viene tenuto sotto stretto e costante monitoraggio non solo da Tesoro e Bankitalia ma anche dagli investitori internazionali, i quali detengono il 51% dei titoli del debito. Anche se, come ha fatto notare il governo italiano a Bruxelles, nel giudicare la situazione debitoria di un paese occorrerebbe tener conto anche della sua posizione debitoria complessiva: da questo punto vista va ricordato che le famiglie italiane hanno una ricchezza finanziaria e immobiliare che è pari a 5,5 volte il Pil, nonchè un livello di indebitamento molto inferiore rispetto a quello della media euro (60% del reddito disponibile contro 95% medio in Eurolandia) mentre anche le imprese italiane hanno un leverage inferiore alla media del'Eurozona; inoltre, il livello del debito netto estero dell'intera economia italiana è pari al 15% del Pil ed è fra valori più bassi in Europa a parte la Germania che ha una situazione netta fortemente creditoria. La dinamica crescente del debito pubblico che porta a ciò che ogni volta scopriamo come un “massimo storico” riguarda il suo valore nominale: questo ha quasi ogni mese cresce con l'eccezione, di norma, del mese giugno – perché gli incassi relativi all'autotassazione eccedono le uscite e le nuove emissioni – e di quello di dicembre, sempre per gli incassi da autotassazione e per la riduzione delle attività che il Tesoro detiene presso la Banca d'Italia. Tornando ai dati del Bollettino, le Amministrazioni pubbliche hanno registrato un fabbisogno pari a 16,4 miliardi, 2,4 in meno rispetto al 2009; nei primi quattro mesi dell'anno è stato inferiore di 5,6 miliardi rispetto a quello dello stesso periodo dello scorso anno.
Le entrate tributarie del Bilancio dello stato sono invece diminuite in aprile del 2,5% (0,6 miliardi) rispetto allo stesso mese del 2009. Complessivamente, nei primi quattro mesi del 2010 gli incassi sono scesi dell'1,9% (-2,0 miliardi). La riduzione è in larga parte attribuibile al calo del gettito delle imposte sostitutive sugli interessi dei depositi bancari, che risente della riduzione dei tassi registrata nel 2009 (-1,8 miliardi).

Per le top bank europee la spada di Damocle dei bond a scadenza 2011-2012

Da IlSole24Ore.com:

Di qui al 2012 le dieci maggiori banche europee, più l'italiana Intesa Sanpaolo, dovranno rimborsare 916 miliardi e 221 milioni di dollari di obbligazioni. È questa la cifra che emerge sommando il totale del debito in scadenza dei primi 11 istituti di credito (per capitalizzazione) del Vecchio continente (Russia esclusa). Una spada di Damocle con cui dovranno fare i conti a partire dal prossimo anno. È nel 2011 infatti che c'è l'impennata del debito a maturazione. La cifra che le 11 top bank europee dovranno sborsare salirà infatti a quota 310 miliardi e 490 milioni di dollari, dai 116 miliardi e 537 del 2010.
Il dato poi cresce ancora nel 2012 quando la cedola salirà a quota 489 miliardi e 194 milioni. Di cui più della metà in carico a Bnp Paribas che dovrà rimborsare la bellezza di 271 miliardi e 153 milioni di dollari. Oltre cinque volte la sua attuale capitalizzazione che si aggira intorno a 57 miliardi di dollari.
Più contenuto ma comunque consistente il conto per le due big italiane. Il debito a scadenza 2011 di Unicredit al nono posto per capitalizzazione in Europa, è pari a 30 miliardi e 459 milioni di euro. Cifra che scende a 20 miliardi 552 milioni nel 2012. Minore la cedola della «rivale» Intesa Sanpaolo: 23 miliardi e 697 milioni nel 2011, 11 miliardi e 347 milioni nel 2012.
Restando nel nostro paese, qualche dato interessante lo ha segnalato peraltro la stessa Banca d'Italia, nella sua recente relazione annuale. Il 39%, dei 629 miliardi di obbligazioni che risultavano emesse dalle banche italiane a fine marzo 2010, scade nel 2011. Circa l'80% poi va a maturazione entro il 2014.
Tonrnado alle top bank europee, il grafico che il Sole 24 Ore ha elaborato aggregando le scadenze mostra una flessione soltanto nel 2013. In quest'anno il debito a maturazione si attesta a quota 144 miliardi e 542 milioni. Per poi scendere progressivamente e risalire nel 2019 e 2020. Sul dato di questi ultimi anni pesa la maxi cedola di Hsbc (prima banca europea) che dovrà rimborsare 79 miliardi e 931 milioni nel 2019 e 277 miliardi e 364 milioni nel 2020.
L'impennata dei debiti in scadenza nei prossimi anni - spiegano gli addetti ai lavori - è l'onda lunga del credit crunch. Tra il 2008 e il 2009, con il crollo dei mercati seguito alla crisi finanziaria e il raffreddamento del mercato interbancario, tantissime società in tutto il mondo fecero ricorso al mercato obbligazionario per raccogliere fondi. Bond quindi, soprattutto breve scadenza, dato il clima di sfiducia generalizzato di quei giorni. E per lo più nel settore della finanza, il più colpito dall'emergenza «liquidità».
La domanda è: riusciranno i grandi istituti di credito a far fronte a questi grossi esborsi? E se si a quale prezzo? «Non penso che il sistema creditizio europeo abbia difficoltà a rifinanziarsi per far fronte alle scadenze - dice Angelo Drusiani di Albertini Syz - d'altronde gli investitori istituzionali e le banche sono sistemi molto contigui. Ma non è pensabile che i tassi d'interesse restino a questi livelli ancora a lungo. Le banche non avranno difficoltà a rifinanziarsi, ma ovviamente questo avverrà a dei costi decisamente superiori rispetto a oggi».
C'è poi un altro dato da prendere in considerazione. Nei prossimi due anni andrà a maturazione anche una consistente quota di titoli di stato europei. Prendiamo ad esempio la Spagna, uno dei paesi considerati più a rischio. Nel 2011 dovrà sborsare 72 miliardi di dollari (20 in più di quest'anno) e 74 nel 2012. L'Italia, il cui debito bubblico ha recentemente toccato un nuovo record, nel 2011 dovrà rimborsare quasi 223 miliardi di dollari di obbligazioni governative (oltre 70 in più di quest'anno).
Lo stesso governatore di Bankitalia Mario Draghi aveva sottolineato questo problema nelle considerazioni finali all'assemblea ordinaria dei partecipanti. Qual è il rischio di questo imponente ricorso al mercato da parte di stati e aziende? Soprattutto l'aumento dei costi dell'emissione. Per questo - è l'invito del governatore - le banche italiane dovrebbero diversificare le proprie fonti di finanziamento.

Bond greci al 10%. Salgono anche i rendimenti dei BTp. Forti richieste per i titoli spagnoli e irlandesi

Da IlSole24Ore.com:

I bond greci si impennano oltre il 9%. Il taglio di rating da parte di Moody's, che ha collocato i titoli del debito ellenico tra i bond spazzatura, ha impattato sulle quotazioni dei bond dei paesi periferici innalzando lo spread (il differenziale) rispetto al corrispettivo Bund tedesco, considerato il titolo più affidabile dell'Eurozona. Il rialzo più consistente – appunto – si è visto sui titoli greci che sono lievitati, nel confronto con lunedì, di 69 punti base (scadenza a 5 anni che viaggia su un rendimento del 9,6%) e di 56 punti (scadenza a 10 anni, rendimento 8,99%).
Piigs. È stata una giornata contrastata anche per i titoli emessi dai Piigs (acronomico utilizzato da alcuni economisti per definire Portogallo, Irlanda, Italia, Spagna e Grecia, ovvero i paesi con il debito sovrano più sotto pressione fra quelli dell'Eurozona). In prima battuta il rendimento del BTp (Buono del Tesoro poliennale) a 10 anni è aumentato: lo spread con il Bund tedesco di pari durata ha fatto segnare uno scatto di 7 punti base aggiornando la differenza di rendimento a 150 punti base. Anche i titoli spagnoli hanno fatto segnare un'escursione oltre i 220 punti. Mentre lo spread fra l'Oat francese a 10 anni e il Bund ha toccato un picco oltre i 50 punti base.
Gli spread tra i titoli decennali. Il quadro però è migliorato nel corso della giornata grazie al buon andamento delle aste di titoli di Stato spagnoli e irlandesi da cui i mercati hanno tratto l'indicazione che c'è ancora domanda per i bond periferici. Gli spread, tuttavia, restano considerevoli. Rispetto al Bund tedesco a 10 anni, i titoli greci quotano con un divario di 635 punti base, seguono gli irlandesi (288 punti di spread, rendimento complessivo lordo del 5,53%) i portoghesi (spread 275, rendimento 5,39%), gli spagnoli (spread 213, rendimento 4,77%), i BTp italiani (spread 143, rendimento 4,07%) e gli Oat francesi (spread 45, rendimento 3,09%).
Asta in Spagna. Nel dettaglio, la Spagna ha collocato oggi, martedì, in asta titoli a 12 e 18 mesi per un ammontare complessivo di 5,167 miliardi di euro con un rendimento in netto rialzo rispetto a quello dell'asta del mese scorso (da 1,59% a 2,23%). In aumento anche le richieste. Il bid-to-cover ratio – ovvero il rapporto tra l'importo tra domanda e offerta - è salito a 1,5 rispetto al valore di 1,26 segnato a maggio.
Asta in Irlanda. La domanda è stata superiore all'offerta anche in Irlanda che ha invece raccolto 1,5 miliardi di euro con le due aste di bond al 2016 e al 2018 (su un range previsto di 1-1,5 miliardi), attirando una richiesta complessiva quasi tripla all'offerta.
Cds.Allo stesso tempo anche il costo assicurativo contro il rischio default - sintetizzato dai credit default swap (cds), contratti quotati in mercati non regolamentati- si é allargato, con una particolare pressione per quello greco il cui cds a cinque anni si é portato a 785 punti base (+25 punti base rispetto alla vigilia). Stesso trend per i mercati di Portogallo (+30 punti base a 330), Spagna (+18 punti base a 250) e Irlanda (+19 punti base a 255).
Commissione europea su Cds e short selling. Intanto, come ricorda il Wall Street Journal, l'Unione europea va avanti nel piano di divieto delle vendite allo scoperto dei cds. L'intento è impedere agli investitori di scommettere sul default dell'emittente di cui non possiedono bond. La Commissione europea ha pubblicato uno schema di massima di possibili regole che potrebbero consentire divieti temporanei sulle vendite allo scoperto "naked" e su alcuni scambi di cds (credit default swap) quando i mercati sono molto volatili. I divieti interesserebbero gli hedge fund, molti dei quali usano strategie di trading basate sull'assunzione di posizioni corte su un range di asset, e alcune banche principali che dominano gli scambi europei di cds, focalizzati soprattutto a Londra. L'esecutivo Ue proporrà un disegno di legge a settembre che richiederà l'approvazione degli stati membri e del Parlamento europeo, il che significa che potrebbero esserci ulteriori cambiamenti. I contratti cds "naked" sono stati accusati da Grecia e altri soggetti di amplificare le difficoltà del debito governativo. Il divieto unilaterale sui contratti cds "naked" deciso a maggio dalla Germania non è stato copiato da altri stati Ue, con le autorità nazionali divise rispetto all'iniziativa.

giovedì 10 giugno 2010

ETF NATURAL GAS

Eccovi una serie di grafici (mensile, settimanale, giornaliero ed intraday) relativi all'ETF sul Gas che sembra essere giunto ormai al "pavimento". Monitoriamo la rottura della resistenza posta a 0,42. Una rottura sarebbe una conferma di un nuovo trend rialzista che potrebbe essere anche molto violento (obiettivo 1,20 - cioè un rialzo del 125% circa). Ritengo interessante in ottica di diversificazione di portafoglio cominciare ad accumulare secondo una percentuale che potrebbe arrivare gradualmente (acquisti sulla debolezza nel grafico giornaliero) ad un 10% dell'asset complessiva. Chi invece volesse entrare in un'unica soluzione attenda la chiusura di giugno che dovrà attestarsi sopra la media mobile semplice a 10 periodi (oggi posta a 0,3523).

Il nucleare non è la risposta ?

Dal blog di Beppe Grillo:

Mettersi a discutere con i nuclearisti italiani non solo è inutile, ma controproducente. E' la classica storia di chi si mette a discutere con un imbecille, chi osserva dall'esterno vede due imbecilli che discutono. Il nucleare è stato respinto da un referendum, punto. Non può essere reintrodotto da lobbisti e reggicoda politici. Il popolo italiano, che è abituato a sopportare quasi qualunque cosa, non lo vuole per istinto di sopravvivenza. Nel Paese con le più potenti mafie del mondo chi gestirebbe le scorie? Il nucleare costa più di qualunque altra energia: chi lo pagherà? L'uranio finirà entro qualche decennio e il suo prezzo aumenta di settimana in settimana, è l'energia MENO rinnovabile del mondo. Helen Caldicott, autrice di: "Il nucleare non è la risposta", ci spiega la pericolosità del nucleare per i nostri figli e nipoti. Disoccupati, senza pensione e nuclearizzati.

Intervista a Helen Caldicott
H. Caldicott: Mi chiamo Helen Caldicott, sono australiana. Sono una pediatra e specialista in infanzia. Per quattro anni sono stata coinvolta nello studio delle implicazioni mediche del nucleare a scopo energetico e nucleare a scopo bellico. Ho fatto parte del corpo docente della Scuola di Medicina di Harvard e ho praticato la professione medica.
Blog: Perché ci sono ancora Paesi, come la Gran Bretagna, che ricorrono al nucleare nel mix energetico?
H. Caldicott: Molte persone ignorano quali sia il ciclo del combustibile nucleare e quali siano le conseguenze sul corpo dell’esposizione a radiazioni e di tutti gli altri aspetti della produzione di energia nucleare: l’estrazione e la lavorazione dell’uranio, l’arricchimento, la costruzione di un reattore, le radiazioni emesse dal reattore a regime, la concentrazione delle radiazioni nella catena alimentare e nel latte materno, nei polmoni. E poi i rifiuti radioattivi che durano mezzo milione di anni e contaminano la catena alimentare. Quindi la gente mangerà cibo radioattivo. I bambini sono dieci, venti volte più esposti degli adulti ai danni delle radiazioni. I feti, migliaia di volte.Le persone non sembrano comprenderlo. È un problema medico. La maggior parte della gente non ha le informazioni biologiche per comprendere il problema. Così, l’industria nucleare ha spinto un'enorme campagna di propaganda dicendo che loro sono la risposta al surriscaldamento globale, perché non producono anidride carbonica. In realtà producono grandi quantità di anidride carbonica, così come producono epidemie di cancro, leucemie e malattie genetiche nelle generazioni future.
Blog: Qual è quindi il reale costo dell’energia nucleare, considerando il costo sostenuto dalla società?
H. Caldicott: Costruire un reattore nucleare costa dai 12 ai 15 miliardi di dollari. Ma tutti i costi accessori di arricchimento dell’uranio, gli enormi costi di assicurazioni pagati dal governo - il governo sussidia l’intero bilancio dell’industria nucleare -, i costi per gli interventi medici conseguenti non sono compresi. I costi del trattamento di pazienti - soprattutto bambini - affetti da cancro o patologie genetiche o i costi per lo stoccaggio delle scorie nucleari per mezzo milione di anni non sono mai inclusi. Il trasporto delle scorie nucleari non è mai compreso. È talmente più economico investire in energie da fonti rinnovabili, come l’eolico, il solare, il geotermico e la cogenerazione, alta efficienza nell’uso dell’elettricità.
Blog: Non esiste quindi un nucleare sicuro?
H. Caldicott: Non esiste assolutamente una strategia nucleare sicura. Nel mio libro spiego perché il nucleare non è la risposta al surriscaldamento globale. Lo capirete leggendo il libro. L’Italia non deve costruire centrali, ma sono sicura che Berlusconi non capisce quello di cui sto parlando.
Blog: Chi vuole dunque l’energia nucleare?
H. Caldicott: I politici sono stati i destinatari di una grande campagna di propaganda, e forse di denaro - non so. I politici sono analfabeti in materia scientifica e medica. In altre parole non capiscono la scienza. Come Berlusconi, che scienza è in grado di capire lui? Conosce forse la medicina e i tempi sufficienti per contrarre un cancro dopo essere stati irradiati per 5 o 6 anni? Non conosce forse i risultati di Hiroshima e Nagasaki? Molti politici sono lo “scudo di bronzo” dell’industria nucleare, o dell’industria petrolifera o del carbone. Vanno dove va il denaro, non dove dovrebbe puntare il futuro e il benessere delle persone.
Blog: Che ci dice delle lobbies militari dietro l’industria nucleare?
H. Caldicott: Naturalmente la tecnologia nucleare trae origine dal progetto Manhattan che produsse plutonio per armare bombe. L’energia nucleare è una conseguenza di questa tecnologia nata per il senso di colpa degli scienziati responsabili della morte di circa 200.000 persone uccise letteralmente in un lampo. Ritenevano che se avessero estratto energia dall’atomo per usi civili, il loro senso di colpa sarebbe diminuito. Ho conosciuto e lavorato con alcuni di quegli scienziati e posso dirvi che hanno sempre odiato le armi nucleari e che sono morti ancora attanagliati dal senso di colpa. Sapevano, sapevano quanto fosse e quanto sia pericoloso il nucleare. Oggi sono tutti nelle loro tombe. Dovete anche sapere che ogni centrale nucleare produce circa 250 kg di plutonio l’anno. Il plutonio dura mezzo milione di anni e puoi costruirne una testata nucleare con 5 kg. Ogni nazione che possiede un reattore nucleare può costruire facilmente centinaia di bombe atomiche, se lo desidera. Questo è il motivo per cui si è così preoccupati dell’Iran. È così che Israele ha costruito le sue testate, così la Gran Bretagna, laFrancia, il Pakistan e l’India, la Cina. Le armi e l’energia nucleare sono parti della stessa industria. Quando disponi della tecnologia nucleare, puoi produrre armi atomiche. Berlusconi vuole forse delle armi nucleari?Blog: Speriamo di no! C’è almeno un esempio al mondo di corretta gestione delle scorie nucleari?H. Caldicott: No, non ce ne sono e non ce ne sarà mai uno. Quale che sia il materiale all’interno del quale venga stoccato, si deteriorerà. Il cemento presenterà infiltrazioni, il metallo arrugginirà e il materiale fuoriuscirà contaminando l’ambiente, l’acqua, il cibo, il latte, la carne. La gente mangerà cibo radioattivo. I bambini nasceranno deformi. Nascono bambini deformi a Falluja e Bassora, in Iraq dove sono state usate armi atomiche. Infatti a Falluja i dottori consigliano alle donne di non avere affatto figli. La quasi totalità dei bambini nasce con serie deformità: mancano del cervello o di un occhio, delle braccia. È davvero ... è ciò che ci riserva questo futuro.
Blog: Cosa dovrebbero fare i cittadini per abbandonare l’opzione nucleare?
H. Caldicott: Per prima cosa devono essere bene informati. È imperativo che comprendano le informazioni. So che il mio libro è stato tradotto in italiano. Tutti quelli che ci ascoltano dovrebbero leggere “Il nucleare non è la risposta” e una volta letto devono trascorrere qualche giorno con le loro emozioni e decidere quello che intendono fare. Abbiamo davvero bisogno di una rivoluzione contro questa industria nuclearespaventosa. È molto, molto peggiore dell’industria del tabacco. Molto peggio del fumo.Le persone devono utilizzare le loro democrazie. Devono andare a incontrare i loro politici e informarli. Andate a trovare Berlusconi. Occupate il suo ufficio. Gli italiani sono bravi. Sono appassionati. Sono sicura che troveranno il modo per assicurarsi che il loro Paese chiuda tutte le centrali nucleari!

lunedì 7 giugno 2010

DISOCCUPAZIONE IN ITALIA


Sulla base delle informazioni finora disponibili, il numero di occupati ad aprile 2010 è pari a 22 milioni 831 mila unità (dati destagionalizzati), in aumento dello 0,2 per cento (+56 mila unità) rispetto a marzo e inferiore dell’1,3 per cento (-307 mila unità) rispetto ad aprile 2009. Il tasso di occupazione è pari al 56,9 per cento, in aumento, rispetto a marzo, di 0,1 punti percentuali, ma ancora inferiore di 0,9 punti percentuali rispetto ad aprile dell’anno precedente. Il numero delle persone in cerca di occupazione risulta pari a 2 milioni 220 mila unità, in crescita dell’1 per cento (+21 mila unità) rispetto al mese precedente e del 20,1 per cento (+372 mila unità) rispetto ad aprile 2009. Il tasso di disoccupazione si posiziona all’8,9 per cento, più elevato di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 1,5 punti percentuali rispetto ad aprile 2009. Il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 29,5 per cento, con un aumento di 1,4 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 4,5 punti per-centuali rispetto ad aprile 2009.
Il numero di inattivi di età compresa tra 15 e 64 anni, è pari a 14 milioni 810 mila unità, con una riduzione dello 0,5 per cento (-76 mila unità) rispetto a marzo 2010 e un leggero aumento dello 0,1 per cento (+9 mila unità) rispetto ad aprile 2009. Il tasso di inattività è pari al 37,5 per cento (-0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente e -0,1 punti percentuali rispetto ad aprile 2009).

La manovra

È finalmente disponibile il testo della manovra finanziaria. Così scopriamo che ben il 40% della manovra è costituito da maggiori entrate e non da tagli alle spese. In più, molti tagli sono solo ipotetici. Servirà a dare un segnale ai mercati, ma rinviando ancora gli aggiustamenti strutturali. E chi paga davvero sono, una volta di più, i giovani. Passiamo in rassegna i particolari della manovra con una serie di schede che arricchiremo giorno per giorno. Cominciamo con le norme che usano la leva fiscale per attirare le imprese a investire nel Sud, e, quelle estere, in tutta Italia; con lo slittamento dei pensionamenti che è a tutti gli effetti un aumento dell’età pensionabile che avrà impatto soprattutto sulle donne; con i nuovi pedaggi autostradali che andranno a regime nel 2012 (salvo proroghe!); con l’occasione mancata di risparmiare sui progetti per le grandi opere. Paradossale che il nostro Governo non cerchi risorse anche là dove gli altri stati drenano denaro: le concessioni delle frequenze radio. Sono un bene pubblico che concediamo quasi gratuitamente ai privati. Se ne potrebbero ottenere almeno 4 miliardi di euro. Non poco di questi tempi.La disoccupazione giovanile sale al 30%. E molti giovani under 30 italiani tendono a rimanere in famiglia. La società non si rinnova e l’economia non cresce. In un confronto internazionale sull'alfabetizzazione finanziaria dei cittadini, il nostro paese si trova in fondo alla graduatoria. Perché investe poco in istruzione, perché il sistema previdenziale pubblico è molto esteso e perché non ha approfittato delle riforme della previdenza per ampliare le competenze economiche.......

Credit Default Swaps: paesi con la più alta probabilità di default

Stretta monetaria

Direi che l'inizio della stretta monetaria è prossima, anzi già iniziata, quindi si avrà una riduzione della liquidità, che porterà a vendite, o meglio prese di profitto sull'azionario, rialzo dei tassi e quindi ci sarà il classico fenomeno di uscita dall'equity verso titoli a reddito fisso che con il passare avranno rendimenti talmente attraenti... Morale stare short per prendere profitto da questa migrazione, quando il fenomeno poi si sarà fermato entrare sui titoli di stato che avranno rendimenti anche a 2 cifre, questa è la pianificazione a 1 anno. Il presidente della Fed di Dallas, Richard Fisher, ha detto nella notte che non si opporrà a un'eventuale decisione della Fed in merito alla vendita di alcuni degli asset acquistati dalla banca centrale nel corso della crisi. La cessione di alcune attività con l'obiettivo di stringere il credito potrebbe essere decisa anche prima di una manovra più tradizionale sui tassi d'interesse, ha detto Fisher. "Personalmente non sarei contrario a vendere alcune delle nostre mortgage-backed securities al momento giusto - sottolineo - al momento giusto", ha detto Fisher ai giornalisti dopo un discorso al banchetto annuale organizzato dalla SW Graduate School of Banking. "Questi titoli hanno ora tassi molto attraenti e gli investitori sono alla ricerca di rendimenti decenti", ha detto il banchiere.

EURIBOR



Tassi Euribor in ripresa....
Euribor 3 mesi: 0,711% (+0,076 dal 1 aprile 2010)
Euribor 6 mesi: 0,998% (+0,053 dal 1 aprile 2010)
Euribor 12 mesi: 1,268% (+0,054 dal 1 aprile 2010)

IL TED SPREAD




Da Wikipedia:
The TED spread is the difference between the interest rates on interbank loans and short-term U.S. government debt ("T-bills"). TED is an acronym formed from T-Bill and ED, the ticker symbol for the Eurodollar futures contract.
Initially, the TED spread was the difference between the interest rates for three-month U.S. Treasuries contracts and the three-month Eurodollars contract as represented by the London Interbank Offered Rate (LIBOR). However, since the Chicago Mercantile Exchange dropped T-bill futures, the TED spread is now calculated as the difference between the three-month T-bill interest rate and three-month LIBOR.
The size of the spread is usually denominated in basis points (bps). For example, if the T-bill rate is 5.10% and ED trades at 5.50%, the TED spread is 40 bps. The TED spread fluctuates over time, but historically has often remained within the range of 10 and 50 bps (0.1% and 0.5%), until 2007. A rising TED spread often presages a downturn in the U.S. stock market, as it indicates that liquidity is being withdrawn.
The TED spread is an indicator of perceived credit risk in the general economy.[1] This is because T-bills are considered risk-free while LIBOR reflects the credit risk of lending to commercial banks. When the TED spread increases, that is a sign that lenders believe the risk of default on interbank loans (also known as counterparty risk) is increasing. Interbank lenders therefore demand a higher rate of interest, or accept lower returns on safe investments such as T-bills. When the risk of bank defaults is considered to be decreasing, the TED spread decreases.
The long term average of the TED has been 30 basis points with a maximum of 50 bps.
During 2007, the subprime mortgage crisis ballooned the TED spread to a region of 150-200 bps. On September 17, 2008, the TED spread exceeded 300 bps, breaking the previous record set after the Black Monday crash of 1987.[3] Some higher readings for the spread were due to inability to obtain accurate LIBOR rates in the absence of a liquid unsecured lending market.[4] On October 10, 2008, the TED spread reached another new high of 465 basis points.

domenica 6 giugno 2010

Intervista a Roubini: «Euro verso la parità con il dollaro nel 2011. Vedo rischi di una nuova recessione globale»

TRENTO - «Nel corso del prossimo anno l'euro andrà verso la parità nei confronti del dollaro, se non ancora più in basso. I fondamentali delle due economie giustificano questa debolezza. Se questo processo avverrà in maniera graduale non è una cosa di cui preoccuparsi, anzi sarà un beneficio per l'economia della zona euro». La previsione è di Nouriel Roubini, l'economista della New York University, tra i primi ad aver previsto la grande crisi del 2008-2009. Roubini parlerà domenica al Festival dell'Economia di Trento proprio di come si evolverà la crisi economica mondiale, ma oggi in un incontro con alcuni giornalisti ha affrontato gli aspetti più caldi dell'attuale fase economica, dalla debolezza dell'euro alle politiche necessarie per rilanciare la crescita.
C'è chi ritiene che se i paesi della zona euro non riusciranno a fare un salto di qualità nell'integrazione politica, anche l'unione monetaria è destinata a fallire. Lei cosa pensa? «L'euro potrà sopravvivere se le istituizoni comunitarie e gli stati membri saranno in grado non solo di ridurre deficit ormai insostenibili, ma anche di far ripartire la crescita. L'austerità è solo uno degli strumenti per affrontare la crisi. La vera sfida è la crescita. Se non c'è crescita economica non si evita la recessione e non si evita il disastro economico e finanziario. Quindi non basta discutere di austerità fiscale ma occorre parlare delle misure per rilanciare l'economia reale. Questa è la sfida. Se queste cose, per quanto difficili, saranno realizzate l'unione monetaria potrà sopravvivere, se non saranno fatte l'unione monetaria può saltare».
Come si può stimolare la crescita? «Serve una politica monetaria della Bce non rigida; serve un euro debole; la Germania dovrà stimolare la domanda interna con stimoli fiscali che aumentino il reddito disponibile; al contrario i paesi che non hanno i conti pubblici in equilibrio, parlo della Grecia, del Portogallo, della Spagna, dell'Italia, dell'Irlanda ma anche la Francia ha un deficit che diventa sempre più ampio, dovranno attuare una politica di austerità per ridurre i deficit pubblici o, nel caso dell'Italia, riportare il debito che oggi supera il 115% del Pil, a livelli sostenibili».
E la Grecia? «La Grecia deve ristrutturare il proprio debito e attuare politiche opposte a quelle tedesche, riducendo i salari e aumentando la competitività».
Anche per l'Italia potrebbe porsi il problema della ristrutturazione del debito? «No. Non ora. L'Italia deve attuare una politica di austerità con i tagli fiscali e riforme strutturali che rendano più flessibile l'economia per stimolare la crescita».
Torniamo all'euro. È in mezzo al guado. Cosa serve alla zona euro? «In Europa c'è bisogno di un maggiore coordinamento nelle politiche, ma non può essere la Germania che impone agli altri Paesi l'austerità fiscale. L'austerità è necessaria, in Paesi dove ci sono difficoltà di deficit e debito, ma dall'altra parte sono necessarie politiche che stimolino la crescita per evitare recessione e deflazione. La Germania, dove il rapporto tra deficit e Pil l'anno scorso è stato solo del 3%, ha dei margini per aumentare la spesa e sostenere la domanda nell'eurozona. Con l'euro che cade, l'industria tedesca che era già competitiva è ora ancora più competitiva, e con l'euro debole lo sarà ancora di più. Quindi la Germania può permettersi un leggero aumento dei salari, per stimolare non solo l'export, ma anche la domanda interna di beni tedeschi e di beni dell'Eurozona. Berlino deve lanciare un piano di stimolo fiscale, incrementare i salari netti e la Bce non deve preoccuparsi dell'inflazione - perché il rischio è semmai di una deflazione – e allentare la politica monetaria, sia intervenendo sui tassi, sia con metodi non convenzionali, per stimolare la crescita, accompagnare il calo dell'euro. Ogni attore nell'area euro deve svolgere il suo ruolo, il che implica un maggiore coordinamento, ma non il fatto che tutti diventino come la Germania. Ogni Paese, con le sue specificità, con i suoi problemi specifici, con le sue politiche, deve fare la sua parte».
E a livello globale? «Questo deve avvenire anche a livello globale: i Paesi che spendono di più, sia a livello pubblico sia a livello privato, come Stati Uniti, Gran Bretagna o alcune nazioni d'Europa, devono spendere di meno; quelli che finora hanno risparmiato, come la Germania, il Giappone, Cina, debbono spendere di più. Tutto va coordinato a livello europeo e di G 20».
È ipotizzabile un euro a doppia velocità, una moneta unica soft per i paesi del Sud e una più forte per i paesi del nord Europa? «Non credo che sia un'ipotesi praticabile dal punto di vista economico né dal punto di vista politico. Ciò che serve all'eurozona è ridurre gli squilibri al proprio interno, quindi la Grecia deve sanare i conti e ridurre gli stipendi, mentre la Germania che ha i conti a posto, deve stimolare la domanda interna aumentando le retribizioni. Gli altri devono sanare i deficit».
Secondo lei a che punto siamo della crisi? Sta finendo o vede altri rischi? «C'è una crescita anemica, guidata dall'export più che dai consumi. E' il momento per l'Italia, come per gli altri membri dell'eurozona, di aumentare la produttività, di rendere l'economia più competitiva, più flessibile. Perché vedo in Europa un rischio di ricaduta, sono preoccupato per la situazione di bilancio di alcuni Paesi, come Portogallo e Grecia, vedo il rischio di un allargamento del contagio finanziario, vedo il rischio di una doppia W, ossia di una nuova recessione. E anche il quadro globale non è buono: la crescita è debole anche negli Stati Uniti e i dati sulla disoccupazione di venerdì sono pessimi; il Giappone cresce poco ed è in deflazione; ci sono anche indicazioni che la Cina stia rallentando. Così ognuno deve fare la sua parte per evitare una nuova recessione globale. Ci sono molte sfide di politica economica e fiscale da affrontare».