«La pazienza si sta esaurendo». La Banca dei regolamenti internazionali (Bri) non ha mai avuto paura delle frasi forti: negli anni scorsi ha avvertito, sola, dell'avvicinarsi della crisi; nel 2009 ha spiegato che le banche troppo grandi per fallire sono troppo grandi per esistere; e ieri (il 29 giugno, ndr), nel rapporto 2010, ha lanciato l'allarme sui «considerevoli effetti collaterali» delle politiche di incentivo alla crescita: i deficit e i tassi bassi «hanno creato uno stato di dipendenza» che mette a dura prova la capacità di sopportazione dei cittadini. La diagnosi è dunque impietosa. «Il sostegno diretto sta ritardando l'indispensabile aggiustamento post crisi e rischia di creare aziende-zombie» in tutti i settori, spiega. I tassi bassi, intanto, «disincentivano il ridimensionamento del leverage, aggravando le distorsioni del sistema finanziario e creando problemi in altre parti del mondo» mentre l'espansione dei bilanci delle autorità monetarie «può distorcere la valutazione» di prestiti e bond e «accrescere il moral hazard mostrando che per alcuni strumenti c'è un acquirente di ultima istanza». Non sorprende, inoltre, l'urgenza che ora assume il tema dell'insostenibilità delle politiche di bilancio. «Non possiamo aspettare il ritorno di una forte crescita per iniziare un processo di correzione», ha detto il presidente Jamie Caruana. L'esperienza storica mostra, spiega la Bri, che forti aumenti del debito pubblico possono essere «seguiti da episodi di alta inflazione e un maggior numero di default sovrani». Anche senza arrivare a tali estremi il debito può frenare la crescita e alimentare la tentazione dei governi di "pagarlo" con un aumento dei prezzi al consumo. Il risanamento è allora auspicato, ma senza nasconderne le incertezze. La ricerca empirica dà risultati non chiari, anche se alcuni casi importanti di consolidamento - sia pure in circostanze più favorevoli delle attuali - sono stati accompagnati da una crescita dell'attività e, insieme, della disoccupazione. Non sarà facile farlo capire all'opinione pubblica già spazientita. In ogni caso «le banche dovranno competere sul mercato obbligazionario con il costante aumento dei collocamenti pubblici». È un problema per le aziende di credito, ancora fragili: nei prossimi due anni scadranno bond bancari per 3mila miliardi di dollari, e aumenterà lo squilibrio tra le durate della raccolta - già ai minimi da 30 anni - e degli impieghi, principale causa di stress nel settore.
Ad aggravare la situazione sono i tassi ufficiali, troppo bassi. Creano distorsioni sui mercati finanziari, quelle che hanno generato la crisi: possono «alterare le decisioni di investimento, posticipare il riconoscimento delle perdite, incoraggiare l'assunzione di rischi nella ricerca di rendimenti più elevati», che a sua volta disincentiva gli investimenti reali, «e favorire alti livelli di indebitamento». In più danno vita all'evergreening, il continuo rinnovo dei prestiti non esigibili: un escamotage per evitare di contabilizzare le perdite, che però mantiene «in vita imprese economicamente non sostenibili, zombie, limitando probabilmente la concorrenza, riducendo gli investimenti, e ostacolando l'ingresso di nuove aziende». È la storia del Giappone dal '90 a oggi, proiettata a livello globale. Se poi ai tassi a breve bassi si accoppiano tassi a lunga in crescita per le tensioni fiscali, si creano anche «una crescente esposizione al rischio di interesse» e «ritardi nella ristrutturazione dei bilanci». La Bri non chiede però rialzi immediati del costo del denaro. Vuole anzi evitare una stretta non preparata, che avrebbe «serie ripercussioni sul settore bancario». Invita però le autorità monetarie a guardare all'economia con un orizzonte temporale più lungo degli attuali due anni, in modo da poter valutare le vulnerabilità del sistema finanziario. Le aziende di credito, intanto, dovranno rafforzarsi: i dati empirici, spiega, «non evidenziano alcun conflitto tra la patrimonializzazione e la redditività del capitale nelle fasi di boom, mentre indicano un chiaro nesso tra coefficienti patrimoniali più bassi e perdite più elevate nei periodi di crisi». Insomma si può, e si deve, fare.
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